La sera del 4 settebre del 1618 una frana di tre milioni di metri cubi di materiale seppellì il fiorente borgo di Piuro, in Val Bregaglia, al confine con la Svizzere tedesca. In quei pochi minuti morirono circa 1000 persone e ne sopravvissero solo 8: l’oste Francesco Forno, Battista Planta, Simone Ramada, una donna con due bambini, Giovan Pietro Vertemate Franchi e il fratello del Podestà.
Questi sopravvissuti divennero in pochi secondi, testimoni, depositari e “portatori” della memoria di altri mille abitanti, letteralmente scomparsi e mai più ritrovati, e dell’immagine stessa del paese perso per sempre.
L’installazione è stata concepita per l’area degli scavi archeologici del periodo 1963-68; un avvallamento di circa 8 metri di profondità scavato per cercare il letto del fiume deviato dalla frana.
Affacciandosi dall’ingresso all’area sul fondo si vedono 8 pidistalli in metallo con altrettante “teste“ posate sulla sommità e realizzate In diversi materiali come ceramica, gesso e pietra; in totale le sculture sono alte dai 100 ai 180 cm.
Ogni “testa\vaso“ nasce rielaborando il concetto di contenitore attraverso il calco del volume o la replicazione della forma e della superficie di alcune pietre della frana prelevate dal sito. Le sculture sono i superstiti, “super-stites”, cioè coloro che “restano in superficie”; stanno in piedi sul fondo degli scavi e al loro interno portano 1000 unità di diverse sostanze: semi di cereali impastati con cera d’api, sabbia, scaglie di gesso. Queste sostanze, esposte agli agenti atmosferici e semi-racchiuse, stanno a rappresentare il ricordo degli altri abitanti di Piuro che si presenta in svariate forme: mutevole, impermanente, condizionabile, condizionante.
L’utilizzo di diverse tecniche come la creazione di una replica vuota, la stratificazione del calco per riprodurre la pietra e creare la cavità, la perforazione; permette di percepire il sasso sia come presenza fisica sia come evocazione e sottolinea l’ambiguità tra il contenitore e il contenuto, tra preservare una memoria e portarne il peso, “custodire” ciò che resta ed “essere” chi resta. Attreverso questa ambiguità che caratterizza la vita di un “portatore” prende corpo ogni scultura che nella sua forma compone e declina una sintesi unica e indecifrabile.