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“Cosa avrei dovuto vedere? So quello che ho visto e non ricordo cosa c’era al suo posto il giorno prima […] c’è voluto del tempo per ricostruire l’immagine normale che avevo […] non c’erano più contorni, non si distingueva più niente; una cosa strana come fosse vuoto sotto…”

“…io vedo immagini dentro di me che non posso più toccare, non posso più realizzare visivamente, né materialmente…perchè i ricordi se sono astratti […] possono essere frutto della tua fantasia e se si insinua questo sospetto la tua persona perde l’identità”.

“…sei una persona normale, ma non sei come gli altri…”

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Da “Conseguenze psicologiche di disastri naturali e tecnologici: la testimonianza dei sopravvissuti al disastro del Vajont“.
C. Zaetta, P. Santonastaso, G. Colombo et al.
Giornale Italiano di Psicopatologia 2007; 13: 177-186.

www.gipsicopatol.it/issues/2007/vol13-2/Zaetta

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La sera del 4 settebre del 1618 una frana di tre milioni di metri cubi di materiale seppellì il fiorente borgo di Piuro, in Val Bregaglia, al confine con la Svizzere tedesca. In quei pochi minuti morirono circa 1000 persone e ne sopravvissero solo 8: l’oste Francesco Forno, Battista Planta,  Simone Ramada, una donna con due bambini, Giovan Pietro Vertemate Franchi e il fratello del Podestà.
Questi sopravvissuti divennero in pochi secondi, testimoni, depositari e “portatori” della memoria di altri mille abitanti, letteralmente scomparsi e mai più ritrovati, e dell’immagine stessa del paese perso per sempre.

L’installazione è stata concepita per l’area degli scavi archeologici del periodo 1963-68; un avvallamento di circa 8 metri di profondità scavato per cercare il letto del fiume deviato dalla frana.
Affacciandosi dall’ingresso all’area sul fondo si vedono 8 pidistalli in metallo con altrettante “teste“ posate sulla sommità e realizzate In diversi materiali come ceramica, gesso e pietra; in totale le sculture sono alte dai 100 ai 180 cm.

Ogni “testa\vaso“ nasce rielaborando il concetto di contenitore attraverso il calco del volume o la replicazione della forma e della superficie di alcune pietre della frana prelevate dal sito. Le sculture sono i superstiti, “super-stites”, cioè coloro che “restano in superficie”; stanno in piedi sul fondo degli scavi e al loro interno portano 1000 unità di diverse sostanze: semi di cereali impastati con cera d’api, sabbia, scaglie di gesso. Queste sostanze, esposte agli agenti atmosferici e semi-racchiuse, stanno a rappresentare il ricordo degli altri abitanti di Piuro che si presenta in svariate forme: mutevole, impermanente, condizionabile, condizionante.

L’utilizzo di diverse tecniche come la creazione di una replica vuota, la stratificazione del calco per riprodurre la pietra e creare la cavità, la perforazione; permette di percepire il sasso sia come presenza fisica sia come evocazione e sottolinea l’ambiguità tra il contenitore e il contenuto, tra preservare una memoria e portarne il peso, “custodire” ciò che resta ed “essere” chi resta. Attreverso questa ambiguità che caratterizza la vita di un “portatore” prende corpo ogni scultura che nella sua forma compone e declina una sintesi unica e indecifrabile.

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CARRIERS 2013

8 stones from the landslide in year 1618
http://blogs.scientificamerican.com/history-of-geology/2011/09/04/september-4-1618-the-landslide-of-plurs/
a correction: there were only eight “survivors”, and not six as said in the post.
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“CARRIERS” 2013. Detail.
stone whit 8 cm diameter hole, beeswax, millet seeds, iron pedestal 
Variable dimensions
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Faccia Aperta #01. (Open Face #01). 2012
Ink, pencil, paint and spray paint. 42 x 29,5 cm
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Faccia Aperta #00. (Open face). 2012
Paint on Wallpaper. 49,5 x 49,5 cm
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